Sinossi

SINOSSI

 

Ottobre 1893. Mentre i giornali pubblicano dispacci di polizia sull'agitazione promossa nelle campagne siciliane da un movimento che si è dato un nome inedito: "Fasci dei Lavoratori", Adolfo Rossi, un giornalista veneto noto negli ambienti dell'informazione per le sue cronache schiette, decide di saperne di più. Parte per un'inchiesta nell'Isola. E' il solo cronista a farlo: il Governo considera il movimento siciliano “un affare di ordine pubblico”, e la stampa avalla questa tesi.

In Sicilia, viaggiando per lo più a dorso di mulo, Rossi incontra i Fasci. Nè banditi nè briganti nè cospiratori, sono contadini e zolfatari, uomini e donne laceri e affamati in lotta contro la schiavitù del feudo. Uniti nei Fasci, sfidano la secolare organizzazione sociale isolana basata sui privilegi della grande proprietà terriera. Secondo i rapporti dei delegati di pubblica sicurezza sono trecentomila, e 165 le sezioni diffuse su tutto il territorio. Da tre mesi non zappano le terre dei signori, con i figli mangiano solo erba e fichi d'india. In Sicilia, nella regione più arretrata d'Italia, è esploso il primo grande sciopero contro lo sfruttamento del lavoro dell'Italia capitalista.

In testa ai cortei stanno le donne. “ Libere di uscire di casa sole anche di sera, parlano in pubblico come vere oratrici, vogliono terra, pane e lavoro per sé e per i figli…Non immaginavo di trovare rozze contadine esprimersi con tale proprietà”, annoterà il giornalista in un articolo del 16 ottobre.

Da Palermo ad Agrigento a Catania a Messina passando per i Fasci di Marineo, Corleone, Canicattì, Piana dei Greci, Lercara Friddi, Casteltermini... Tornano nel film le voci che la storia italiana ha dimenticato: contadini, zolfatari, uomini e donne, carusi delle miniere, vite dure, sguardi di pietra dal fondo delle stamberghe, fede nei nuovi ideali di giustizia sociale, lotta per il riscatto da una secolare condizione di schiavitù. E con loro, principi arroccati in castelli senza tempo, gabelloti, campieri mafiosi, notabili, municipi, delegati di polizia, usurai, preti, giornalisti, salotti aristocratici e borghesi... Mentre un'altra inchiesta corre parallela, quella narrata in studio dalla cronista che oggi indaga il contesto storico e politico che vide la nascita e la fine del movimento: gli ultimi dieci anni dell'Ottocento e l'avvento della società capitalista, la prima crisi economica nazionale ed europea, la miseria, la disoccupazione, lo scandalo della Banca Romana, la turbolenta vita politica e parlamentare del Regno d'Italia, la deriva autoriaria del governo Crispi. E insieme, i perchè della rimozione dei Fasci siciliani dei Lavoratori dai libri di storia. Tracce per il presente.

 

 

 

APPUNTI

 

Sorti nel 1891, stroncati nel 1894 dalle truppe regie del governo Crispi e dalla mafia con centinaia di morti e feriti, e tra loro anche bambini di pochi mesi in braccio alle madri, i Fasci Siciliani dei Lavoratori, di ispirazione socialista e anarchica, sono considerati dalla storiografia internazionale il più importante movimento sociale dell'Europa del XIX.mo secolo. Secondo solo alla Comune di Parigi, per numero di iscritti e per importanza.

I Patti Agrari, le nuove regole del lavoro che il primo congresso dei Fasci, riunito a Corleone, la capitale contadina dell'isola, approvò all'unanimità il 31 luglio 1893, all'origine del grande sciopero che spinge Rossi in Sicilia, sono il primo contratto sindacale scritto dell'Italia capitalista.

Eppure, nelle pagine dei libri di storia nazionale i Fasci dei Lavoratori praticamente non esistono. Di loro, non si parla da nessuna parte. Sono Invisibili.

Invisibile anche il filo che li lega alle lotte contadine del Novecento per il lavoro e la terra contro il sistema del feudo, abolito dalle leggi eppure mantenuto in vita dai grandi proprietari terrieri, principi e baroni custodi del potere del latifondo, in secolare complicità con i governi regionali e nazionali. Portella della Ginestra, dove il 1 maggio 1947 Salvatore Giuliano consumerà la strage dei contadini riuniti per la festa del lavoro, è il cuore della lotta dei Fasci. Qui Nicola Barbato - capo del movimento con Garibaldi Bosco, Verro, De Felice Giuffrida, Petrina - discuteva con i contadini e le contadine di diritti del lavoro e di giustizia sociale.

La rimozione storica che pesa su questa esperienza siciliana di lotte organizzata, la prima dell'Italia moderna e contemporanea, si è spalmata egualmente sull'informazione e sulla narrazione, coinvolgendo anche i grandi scrittori italiani autori di storie legate alla vita contadina e zolfatara della Sicilia di fine Ottocento, Verga, Capuana, più recentemente Camilleri.

Uniche eccezioni Luigi Pirandello che dedicò al movimento il suo romanzo “I vecchi e i giovani”, Milano 1913, interpretandolo anche alla luce dello scontro generazionale tra i figli e i padri della lotta risorgimentale, e Leonardo Sciascia, che ne parla nel suo “La corda pazza” ravvisandovi anche la prima ribellione popolare antimafia italiana.

Infine, le donne. Le contadine dei Fasci raccontano a Rossi storie personali e familiari potenti per dignità, fede negli ideali di giustizia e partecipazione sociale, sfatando anche i generalizzati stereotipi e pregiudizi che gravano sulle siciliane e la loro partecipazione agli eventi politici e sociali. Eppure, per la grande storia queste donne non sono mai esistite. Sono per l'appunto Invisibili.

 

ADOLFO ROSSI

 

Giornalista e narratore, allievo e concittadino di Alberto Mario, Adolfo Rossi nasce nel 1857 a Lendinara, un borgo del Polesine in provincia di Rovigo, da famiglia borghese e liberale. Penultimo di cinque figli, frequenta il ginnasio cittadino, scrivere è la sua passione. Quando la morte del padre, cancelliere di tribunale, precipita la famiglia nella povertà, lascia gli studi liceali e trova un impiego all'Ufficio postale di Rovigo.

Ci rimarrà due anni (“insofferente come un uccello in gabbia”), poi molla tutto ("non dissi niente neppure a mia madre”) e si imbarca per l'America. A New York fa il venditore ambulante ed il cameriere, fonda un giornale per gli immigrati italiani, lo scrive e lo distribuisce da solo porta a porta. Poi segue in Colorado un gruppo di emigranti che vanno a lavorare nelle miniere di ferro. Tornato in Italia, sceglierà di fare il “redattore viaggiante”.

E' stato il primo giornalista italiano ad utilizzare il telegrafo per inviare alla redazione articoli lunghi in tempo reale, aprendo la strada alla possibilità di approfondire le notizie da luoghi lontani.

La sua inchiesta sui Fasci Siciliani dei Lavoratori, 11 articoli, pubblicata sul quotidiano romano La Tribuna, provocherà furiose reazioni in Parlamento, nei circoli borghesi, tra i latifondisti e i capitalisti del sud e del nord, a Corte, e nei cenacoli intellettuali e letterari. Sul giornale Don Chisciotte, con l'editoriale di prima pagina "Sicilia vera e Sicilia verista" Edoardo Boutet, giovane critico letterario napoletano chiederà pubblicamente ragione a Verga e a Capuana "per non avere narrato sino in fondo tutto questo".

La Sicilia, sino a quel momento presente sulle pagine dei giornali solo per storie di briganti, racconta con Rossi un volto del tutto inedito. La Tribuna moltiplica le vendite e balza al primo posto tra i quotidiani nazionali. Ne nascerà una feroce polemica a distanza con il quotidiano milanese Il Corriere della Sera che appoggia le tesi cospirazioniste degli agrari e del governo Crispi, e definisce “un mistero” la lotta dei laceri e affamati contadini siciliani. Intervistato al proposito da un collega del giornale francese Le Petit Parisién, Adolfo Rossi commenterà seccamente: “Per me, i miei articoli non avevano altro pregio che quello dell'onestà. Ho scritto ciò che ho visto, senza pregiudizi, senza censure.”.

Rossi è stato anche il primo giornalista italiano ad editare le sue inchieste in libretti veloci e scarni, una sorta di antenati degli instant book. “L'agitazione in Sicilia. Inchiesta sui Fasci dei Lavoratori” è il suo terzo libro dopo “Un italiano in America” e “Nel paese del Dollari”, basati sulle sue esperienze di immigrato negli Stati Uniti, tra il 1870 ed il 1885. Alla sua inchiesta sull'emigrazione italiana nelle Americhe si deve la prima legge italiana di tutela dell'emigrazione all'estero.

Nominato console onorario, muore nel 1922 a Buenos Aires, in Argentina.

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